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INCORONAZIONE DELLA VERGINE
Alessandro Bonvicino il Moretto (Brescia 1498 - 1554)
olio su tela - cm. 74 x 74
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Si tratta di un'opera degli anni Quaranta del Moretto, dove
grande spazio trova la riflessione su convincimenti religiosi
di stretta ortodossia cristiana che, documentatamente, in
quegli anni difficili stavano a cuore del pittore.
Risaltano nell'opera un meraviglioso "circolar d'aria",
una sorprendente intrisione luminosa delle nuvole, una morbidissima
emulsione tonale, tipici del Moretto.
La forma delle nubi dietro il gruppo divino trova dei riscontri
assai precisi con quelle nella parte alta della pala di Calvisano
o nella pala veronese di San Giorgio in Braida. Il velo trasparente,
a sottili righe d'oro, che copre il capo e le spalle della
Vergine, si rivede nella pala di Sant'Andrea in Bergamo. Tutte
queste somiglianze ci portano ad un periodo della carriera
del Moretto, collocabile con sufficiente tranquillità
fra il 1539-1540 circa ed il 1544, e forse da indicarsi con
più probabile affidabilità attorno al 1541-42.
L'attenta calibratura dei gesti e degli assetti di relazione
tra i personaggi del dipinto nella sua apparente anomala forma
quadrata, mette in rapporto la testa di Cristo con i due angioletti
a sinistra, e questi ultimi assieme alla Vergine costituiscono
un peso compositivo che viene ad equilibrare perfettamente
quello del Figlio di Dio dall'altro lato.
Donato alla Fondazione da un membro del Consiglio Direttivo.
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SAN GIROLAMO
Girolamo da Santa Croce
tavola cm.110x80
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Il dipinto, attribuito al Da Santacroce dal prof. Giovanni
Mariacher, raffigura un San Girolamo penitente.
Dell'autore sappiamo essere probabilmente quel Gerolamo di
Bernardino il quale fin dal 1503 fu allievo di Gentile Bellini
e ne ereditò una parte dei disegni nel 1507. Passò
poi alla bottega di Giovanni Bellini e forse anche del Cima
e appartenne nella sua migliore epoca a quei maestri di transizione
che hanno saputo riunire a certe timidezze ed ingenuità
quattrocentesche il colore più fuso, più chiaroscurato
del giorgionismo.
Nel San Girolamo si riflettono i molti tratti del suo maestro
Giovanni Bellini, e in seguito anche quelli di Palma il Vecchio
e dello stesso Giorgione.
Nel paesaggio soprattutto si scorgono accenti belliniani,
mentre la figura del Santo, disteso pressoché nudo
sulla nuda terra, con un crocifisso nella mano sinistra e
una pietra nell'altra, si accosta a manierismi già
quasi tizianeschi (il Santacroce morì nel 1556): il
colore è caldo e, nei rossi, brillante.
L'opera è stata donata alla Fondazione dalla Galleria
Schreiber.
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SANT’ONORIO
Floriano Ferramola (1480 – 1528) [attribuzione incerta]
tavola cm. 29,5 x 19,5
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Il dipinto raffigura Sant’Onorio sullo sfondo di una campagna da cui svetta un campanile nordico.
Se sul nome dell’autore non abbiamo un dato certo ed oggettivo, ma soltanto indizi stilistici che ci fanno intuire quale possa essere stata la scuola di appartenenza, possiamo invece affermare con quasi assoluta certezza la chiara origine bresciana dell’opera, o quantomeno lombarda, collocabile temporalmente nel Primo Cinquecento.
Origine bresciana principalmente perché Sant’Onorio fu Vescovo in Brescia, dove è tuttora venerato come Martire. La tesi della “brescianità” è avvalorata inoltre dalla cura miniaturistica con cui il piccolo ma raffinato lavoro è stato eseguito – e il gusto di decorativismo e di grafismo ci ricorda che nel Cinquecento Brescia era importante centro di miniatura –; la limpidezza e la diffusa luminosità, l’intensità dei colori, i piccoli tocchi di pennello, il volto e le vesti del Vescovo rimandano poi ad una cultura eclettica e di transizione assai diffusa a Brescia in quel periodo, esemplificata appunto da botteghe come quella del Ferramola, il quale rilanciava formule foppesche d’intonazione arcaicizzante, ma con un linguaggio narrativo accompagnato da squarci di paesaggio risolti con fine attitudine analitica.
L’opera è stata acquistata dalla Fondazione presso un mercante d’arte fiorentino. |

QUANIN
Autore sconosciuto (Cina, 1800/1850)
Pietra lapislazzolo cm 23 in altezza x cm 25 in larghezza
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La scultura raffigura Quanin, con in mano dei rami fioriti e gli stessi motivi floreali sono ripresi sul manto erboso; la sua veste è particolarmente drappeggiata e la sua figura è protesa verso un’altra figura, maschile, orante, avvolta da una stola che richiama – senza esserlo – la sagoma aggrovigliata di un serpente.
Al lato opposto, ai piedi di Quanin, campeggia la figura di un pesce, nell’atto di sguazzare fuori da uno specchio d’acqua immaginario. I drappeggi e le linee ondulate delle tre figure della scultura si fondono insieme, si intrecciano quasi e formano un tutt’uno.
Il colore turchese della composizione viene messo in risalto ancora di più dal contrasto con la base lignea, anch’essa decorata di curve e fronzoli, meno accentuati però rispetto a quelli del gruppo scultoreo.
L’opera è stata donata alla Fondazione |

VIAGGIO NELL’INFERNO DI DANTE
Federico Severino (primavera 1999 - 2001)
Corpus di trentaquattro sculture bronzee ad altorilievo
che ripercorrono la narrazione e la poesia
dei trentaquattro canti dell’Inferno dantesco.
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L’opera è un chiaro omaggio, ma non solo, di un artista contemporaneo ad un testo letterario quale l’Inferno dantesco. In essa infatti c’è «ammirazione per la forza del racconto plastico capace di scolpire immagini immortali e pensieri forti nel codice poetico della modernità. Ma ciò che maggiormente attrae Severino è l’eterna attualità filosofica di quell’archetipo: l’inferno, l’abisso che ha alimentato miti su miti e, con essi, il pensiero contemporaneo. Severino si è concesso una propria personale “stagione dell’inferno”, lavorando per oltre un anno all’alchimia di fuoco e materia da cui sono poi scaturiti questi singolari sviluppi e viluppi figurali, patinati e policromati per ossidazione a caldo in una gamma davvero infernale, antinaturalistica, di blu, di viola, di gialli, di rossi. Un impegno squisitamente artigianale, manuale, diuturno, speso in quel luogo di fiamma e di sudore così prossimo all’inferno che è la fonderia; un lavoro che ha dato nuova e autonoma vita fantastica alla narrazione dell’Alighieri…». (Dal Catalogo della Mostra: Federico Severino, Viaggio nell’Inferno di Dante, Monza 2005, testo critico a cura di Domenico Montalto, pag. 7).
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Dante dubita delle proprie forze e Virgilio lo rincuora
Canto II, 1999 – 2001, bronzo policromo, cm. 50x50
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"Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezze non hai,
poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e 'l mio parlar tanto ben ti promette?
"
(121/126) |
Virgilio mostra a Dante un gruppo di Lussuriosi.
Francesa da Rimini racconta la sua storia.
Canto V, 1999 – 2001, bronzo policromo, cm. 50x50
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"Quali colombe dal disio chiamate
con l'ali alzate e ferme al dolce nido
vengon per l'aere, dal voler portate;
cotali uscir de la schiera ov'è Dido,
a noi venendo per l'aere maligno,
sì forte fu laffettüoso grido."
(82/87)
"Amor, che al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbamdona "
(100/106)
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Sesta bolgia, dove gli ipocriti camminano lentissimamente,
gravati da cappe di piombo dorate all’esterno.
Canto XXIII, 1999 – 2001, bronzo policromo, cm. 50x50
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"Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi "
(58/63)
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L'opera è stata acquistata dalla Fondazione.

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